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In Missione Con Noi Onlus > "L'Africa non esiste" > Introduzione > Relazione del dottor Giandomenico Colonna sullo Zimbabwe

Zimbabwe : il miraggio della democrazia attraverso la via della pace

testimonianza medica e scolastica a ruota libera del dottor Giandomenico Colonna

 

Ho conosciuto la dottoressa Marilena Pesaresi a tavola in Romagna: fu lei a chiamarmi per la prima volta, poiché stava costruendo in Zimbabwe una sala operatoria nel suo ospedale, il Luisa Guidotti Hospital di Mutoko [vedi bollettino In missione con noi n. 7, n.d.r.].

Andai in Zimbabwe per la prima volta circa 11 anni fa. Là conobbi un ragazzo disabile (che ora ho in casa: quindi l’Africa l’ho da tempo fisicamente in casa), operato a più riprese presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli. Per lui ho fatto di tutto e di più, inizialmente ospite presso le suore Maestre Pie dell’Addolorata di Coriano RN, che hanno la loro unica missione in Africa presso la cittadina di Chegutu in Zimbabwe.

La dottoressa Pesaresi porta ogni anno dallo Zimbabwe vari bambini cardiopatici che vengono operati dalla regione Emilia-Romagna in base ad una convenzione. Uno dei problemi è quello di portarli fisicamente in qua! In questi anni io ne ho portati una trentina; mi è anche capitato in sei mesi di andare quattro volte in Zimbabwe per questo motivo. I bimbi hanno soprattutto cardiopatie congenite e se non vengono operati non hanno alcuna possibilità di superare qualche mese o anno di vita.

Ogni volta che vado in Zimbabwe porto in giù il mio ragazzino per farlo stare un po’ in famiglia e riparto con sei bambini e le rispettive mamme. L’ultimo viaggio l’ho fatto poco prima di Pasqua; a gennaio mi ero portato il mio ragazzino, a cui era scaduto il passaporto. L’ho lasciato là, dandogli due mesi e mezzo di tempo per rinnovarlo. È finita che siamo rientrati lo stesso giorno in cui gli era stato rinnovato il passaporto, perché o non funzionava la macchina fotocopiatrice o non avevano più la carta per fare i passaporti, o per altri inconcepibili disservizi.

 

La situazione politico-economica è incredibile, perché non si trova niente. Vi racconto un episodio: a Chegutu, circa 50.000 abitanti, due anni fa vidi un giorno fuori dal supermercato che c’erano almeno 200 persone. Io ero andato di mia iniziativa a comprare il pane, quindi al banco chiesi un filone. Dopo pochi minuti entrarono quelle persone, ognuna delle quali aveva un apposito talloncino di prenotazione senza il quale ovviamente non si poteva sperare di avere il pane. In un’altra occasione in un supermercato di Harare, ho sentito due signore bianche che si dicevano sottovoce: “Sai, ho trovato un po’ di carne”. Ora non c’è più niente!, tant’è che le suore vanno due volte alla settimana in Botswana per rifornirsi.

Hanno in corso un progetto, sostenuto economicamente anche dalla Fondazione che presiedo. Raccolgono bambini non accettati a scuola perché troppo poveri (cioè senza i soldi per comprarsi la divisa), indirizzandoli verso la propria scuola elementare in costruzione. In questo modo riescono a toglierli dalla strada, per dar loro una istruzione decente e magari un diploma che possa dar loro qualche possibilità lavorativa in più domani. Sono poveri, non hanno terra e si ridurrebbero certamente a fare i banditi o a chiedere l’elemosina. Nei miei viaggi in vari paesi africani ho notato che la massima aspirazione dei bambini in generale è quella di poter frequentare la scuola elementare ed avere qualcuno che li possa sostenere economicamente poi nella scuola superiore. Secondo me è l’unica possibilità che hanno per sperare di sopravvivere.

C’è anche il rovescio della medaglia. Ecco un altro esempio: a Chegutu è difficile che ci sia la corrente elettrica. Quando ero là una suora si alzava di notte, se c’era la luce, per cucinare; quando non c’era corrente, essendo il periodo delle piogge, abbiamo mangiato scatolette che avevo portato io perché non si poteva accendere il fuoco (dato che fuori pioveva). Recentemente è partito un gruppo di medici della cardiochirurgia infantile dell’Ospedale Niguarda di Milano diretto al Luisa Guidotti Hospital, per scegliere i bambini da operare (prendendo quelli che danno meno rischio operatorio). Ho spiegato loro lo spirito con cui partire, tra cui anche il portare un po’ di sollievo ai missionari: in pratica bisogna portarsi dietro qualcosa da mangiare, poiché c’è una fame incredibile! Mi hanno risposto che il loro viaggio durava solo quattro giorni! Purtroppo bisogna scontrarsi anche con questo tipo di realtà.

 

Vado in Africa dal 1982: la mia parrocchia fece un gemellaggio con i comboniani dell’Uganda per fare un piccolo dispensario. Poi di viaggi ne sono seguiti una quarantina, una ventina dei quali in Zimbabwe: devo dire che con il passare del tempo faccio un po’ più fatica a vivere queste situazioni di disagio, soprattutto con i bambini.

L’ospedale “Luisa Guidotti” della dottoressa Pesaresi è un ospedale pilota per la prevenzione e cura dell’AIDS, avendo da tempo a disposizione i farmaci antiretrovirali. Da quando hanno cominciato a dare questi farmaci antiretrovirali alle partorienti e ai neonati, io faccio fatica a distinguere i bambini sani da quelli malati: questi farmaci evidentemente hanno una certa valenza! Ricordo sempre qualche bambino che moriva in ospedale: queste madri hanno sì tanti figli, ma io penso che il loro dolore sia forse paradossalmente maggiore di quello delle nostre mamme perché loro sono assolutamente impotenti e si affidano a noi medici come facessimo miracoli.

 

Ero in Ruanda quando ci fu il genocidio del ‘94 e ho portato in Italia dei bambini orfani che poi sono stati adottati in provincia di Brescia. Ho vissuto in prima persona le fasi cruente del genocidio. Il film “Hotel Rwanda” e il libro “A Colpi di Machete” sono molto significativi, avendo anche documenti originali. Nel film si vede che quelli di colore non potevano essere portati via. L’ONU non ha fatto niente per il mio Centro Medico perché diceva che, come organo di pace, non poteva intervenire. Io avevo deciso di non abbandonare il Centro: avevo 42 bambini orfani e handicappati, di cui il più grande di tre anni. Con me c’era una équipe di ortopedici belgi di Medici Senza Frontiere, arrivati, per aprire una sala operatoria. Avevamo appena finito di operare, una serie di situazioni e concatenazioni straordinarie, telefonate al ministro degli esteri Andreatta: non potevamo portare via nessuno dei locali nonostante gli accordi presi. Presi l’aereo per venire in Italia, poi andai a finire sulle prime pagine dei giornali; e, miracolo!, il giorno dopo hanno salvato tutti i bambini. L’unico ucciso è stato il nostro cuoco che tentava di scappare saltando la rete mentre noi lasciavamo il Centro.

 

Voglio parlarvi di un aspetto positivo in Zimbabwe: la forma di saluto in shona.

Quando al mattino ci si incontra, uno dice: “Mamukassè” (Come stai?), l’altro risponde “Ndamuka mamukao” (Io sto bene se tu stai bene); il primo poi conclude con “Tamuka” (Io sto bene).

Non bisogna mai dimenticare che in questa situazione incredibile in cui si trova ora il paese, le prime vittime di questo egoismo degli adulti sono i bambini che ovviamente non hanno nessuna colpa. Quando andavo in Ruanda mi chiamavano “Papà Giando (Giandomenico) bonbon”, perché chiaramente volevano caramelle. Ora in Zimbabwe mi chiamano “Sekuru”. L’ultima volta che sono andato non mi hanno chiesto caramelle perché sono talmente al di fuori dei loro pensieri, non sono più abituati a chiederle.

Questo è il messaggio che voglio lasciare di tutti questi miei anni di esperienza in Africa: mi rendo pienamente conto che tanta gente muore sicuramente non per loro colpe, però c’è la speranza che almeno con i bambini si possa fare qualcosa di buono.

Dimenticavo: quel ragazzo che ho in casa, con un grave handicap e con tutti gli interventi che ha fatto, non sapevo più come tenerlo in Italia divenuto maggiorenne. Così ho dovuto inventarmi un lavoro per lui: ora figura come il mio badante, lui che viaggia in carrozzella!

 

Domanda:

  • Può raccontarci qualcos’altro di queste due suore italiane di Chegutu?

Suor Luisa, nonostante un busto, ha una vitalità e uno spirito incredibili! Mi hanno parlato, anche se si tratta di notizie non ufficiali che spero non siano vere, di tanta gente che muore di fame nel senso classico della parola e qualcuno ha parlato addirittura di episodi di cannibalismo per fame. Se ci mettiamo la politica, l’economia, le malattie parrebbe una situazione senza alcuna speranza; tuttavia, vivendo questi fatti dall’interno, ci sono speranze. Non dimenticate che i missionari in Ruanda, rientrati in Italia dopo 40 anni e dopo aver visto i propri catechisti andare in giro a massacrare la gente, sono pur tornati laggiù per ricominciare!

 

Domanda:

  • Cosa risponde lei quando qualcuno le chiede di accompagnarla nei suoi viaggi in Africa?

Certamente i medici sono agevolati dalla loro professione. Tuttavia il seguente episodio è molto significativo: la prima volta che andai dalla dottoressa Pesaresi, c’erano là anche dei ragazzi di Rimini che si sono fermati una quindicina di giorni; l’ultima sera si sono detti dispiaciuti di non esserle stati di aiuto. La dottoressa rispose: “Voi siete stati quelli che avete dato di più alla gente, perché quel bicchiere d’acqua che avete dato al vecchietto, è stato di grande beneficio per lui, qualcosa che non dimenticherà”. Anche giocare con i bambini è molto utile; parlare con le persone arricchente per tutti.

Infine vi racconto il consiglio che mi diedero in occasione del mio primo viaggio nel 1982: mio fratello portava il mangiare, io le medicine, don Novello Pederzini i santini. In tanti che hanno molti problemi vorrebbero fare un viaggio in Africa, desiderando di lasciare là i problemi. A volte si riesce a fare così, ma di problemi ne insorge uno nuovo: quando sei stato in Africa vuoi tornarci. Quando si prende il mal d’Africa, allora non c’è scampo!

 

 

dottor Giandomenico Colonna, 5-12-2008

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