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In visita ad Homa, 2010

Domenica 7 febbraio, sulla via di Addis Abeba, ho fatto sosta a Homa, piccola villaggio nella regione del Kambatta-Hadya. Erano in tanti ad attendermi, allertati per tempo dal parroco abba Tamrat Seyum. Ho potuto quindi effettuare due cose importanti, relativamente al progetto di elettrificazione: parlare con la gente del posto e vedere di persona i luoghi più importanti del villaggio.

 

Cominciamo dalla prima parte. La mia presenza è stata il pretesto per una riunione di due ore sul progetto: trascrivo qui alcuni interventi significativi che mi sono appuntato.


1. Hanno parlato all’inizio due anziani, che hanno tracciato la storia della missione, con i suoi inizi risalenti ad oltre 50 anni fa. Hanno anche rimarcato la sua svantaggiata posizione geografica, essendo circa 5 km fuori dalla strada principale. Hanno enormemente elogiato il lavoro dei missionari italiani (in particolare di padre Adriano Gattei), presenti per molti anni. Sono stati valorizzati anche gli sforzi in tempi recenti dei preti diocesani locali, anche se molto limitati dal punto di vista economico. Infine la conclusione: “Per vivere bene a Homa abbiamo bisogno di tre cose: il sacerdote, l’acqua, la corrente elettrica”.


2. Ha parlato poi il sindaco del Comune: “Siamo una comunità di circa settemila abitanti, in crescita come nel resto dell’Etiopia. I paesi vicino a noi stanno migliorando a vista d’occhio dal punto di vista lavorativo, proprio perché da alcuni anni è arrivata l’elettricità. In futuro noi saremo sempre più in ritardo nei loro confronti senza poter aprire piccole attività commerciali”.


3. Ecco ora quanto ha detto una donna, a nome del gruppo femminile della parrocchia: “Abbiamo poca acqua: questo significa che siamo sporchi e ci ammaliamo spesso. Si tratta di problemi facilmente e ampiamente migliorabili con una quantità di acqua sufficiente per tutti. Alla sera nessuno può studiare, perché manca la luce nelle case e nelle capanne. I nostri piccoli lumini tradizionali, danno bruciore agli occhi e ci affumicano i vestiti. Tuttavia il problema più grande di tutti è un altro: i giovani emigrano! Terminata l’ottava classe [equivalente alla terza media italiana, che tuttavia in tanti finiscono verso i 18-20 anni; N.d.R.], essi, avendo come unico sbocco possibile il lavoro nei campi dei padri, decidono di andare in città, dove sperano di poter trovare migliori opportunità. Se ci portate l’elettricità, in tanti resteranno, poiché tenteranno di iniziare piccole attività in proprio”.


4.Da ultimo ha parlato il direttore della scuola primaria: “In tanti hanno parlato di cose veramente essenziali per Homa; io vorrei solo aggiungere che la luce serve anche per cose meno necessarie ma ugualmente utili. Da tanti anni possiamo ascoltare i notiziari, utilizzando piccole radio a batterie; di recente la copertura di rete dei telefoni cellulari è stata estesa fino a comprendere per intero anche Homa. Sono in tanti che hanno ora il telefonino, per sentire parenti e amici vicini e lontani; ma il telefonino serve anche dal punto di vista lavorativo, per organizzare, per contrattare, per comprare e per vendere. Sapete voi che dobbiamo fare oltre 5 km [distanza da Hobichaka, piccolo paese sulla strada statale; N.d.R.] tutte le volte che abbiamo bisogno di ricaricare le batterie, ovviamente attendendo alcune ore in loco mentre il caricamento avviene? Il G.M.A. [Gruppo Missioni Africa Onlus, organizzazione di Montagnana PD; N.d.R.] ha recentemente ricostruito la vecchia scuola in legno e fango, facendo delle belle aule in muratura. A questo punto con la corrente elettrica potremmo fare molto di più anche dal punto di vista didattico”.


Dopo questi interventi, ho fatto io tre domande:


a) “Mi avete parlato di tanta povertà intorno a voi, soprattutto del problema dell’acqua; ma perché ci sono tanti cellulari, che non sono un bene essenziale?”. Mi risponde un uomo, alzandosi in piedi: “Dottore, il cellulare è come la radio, ora arriva dappertutto. Per noi è un gran beneficio, riduce il nostro isolamento. E poi è proprio ciò di cui stiamo parlando: se qualcuno, come Ethiopian Telecommunication Corporation nel caso delle antenne per i cellulari, ci fornisce le infrastrutture di base, siamo poi noi a trovare le piccole risorse economiche necessarie ad andare avanti giorno per giorno!”. Commento: buona occasione persa per stare zitto.


b) Seconda domanda: “Come farà ciascuna famiglia per i costi di allacciamento alla rete elettrica, dato che il progetto prevede solo la costruzione della linea principale?”. Mi viene risposto che ci sono numerose case a distanza inferiore ai 50 metri dalla strada (a lato della quale saranno messi i pali della linea principale); il costo medio per collegare la casa è stimato in circa 1000 birr (al cambio di inizio febbraio, sono 55 euro). È una cifra che la famiglia è in grado di recuperare in qualche mese, ad esempio vendendo un capo di bestiame. Per le famiglie che proprio non ce la fanno, si appronterà la possibilità di collegarsi a due a due, dividendo così a metà i costi iniziali. Poi le case più lontane dalla strada, vedendo i benefici che i primi avranno in tempi brevi, cercheranno anch’esse di fare il possibile per collegarsi.


c) Infine: “Quale tipo di elettricità ritenete migliore per voi, i pannelli solari o il collegamento alla rete elettrica nazionale?”. Numerose persone chiedono la parola al riguardo. In breve, sono tutti e solo favorevoli al collegamento alla rete elettrica. La gestione delle batterie dei pannelli solari non è semplice, osserva un uomo. Un altro sentenzia: “E’ meglio spendere di più avendo alle spalle un ente come EELPA [equivalente locale dell’ENEL; N.d.R.] che potremo liberamente chiamare tutte le volte che ci saranno guasti sia alla linea principale che alle linee private, piuttosto che doverci arrangiare noi da soli nella gestione manutentiva dell’impianto a pannelli solari”. Uno degli anziani osserva che “siamo ad alta quota e in vari mesi dell’anno c’è nebbia o nubi basse. I pannelli solari funzionerebbero in modo intermittente, rendendo le attività commerciali molto problematiche”. Da ultimo una donna: “La corrente elettrica ci serve per lo sviluppo del paese. Temo che con l’impianto a pannelli, che ha determinate dimensioni, si possa giungere in tempi non lontani alla saturazione delle nostre disponibilità di potenza, lasciando quindi alcuni senza energia elettrica”.


La riunione la conclude il parroco, abba Tamrat: “Se ci portate la linea principale, in tempi brevi collegheremo l’asilo, la chiesa cattolica, la chiesa protestante, il Comune, il piccolo dispensario e la scuola, nonché tutte le case che ne faranno richiesta. Abbiamo già costituito un comitato apposito, per organizzarci al meglio e per non perdere tempo dal punto di vista burocratico”.

 

In breve ci ritroviamo in strada, per vedere e fotografare direttamente tanti luoghi di cui si è parlato nella riunione.


Arrivando avevo già rilevato che per quasi tutto il tragitto da Hobichaka a Homa la strada era costeggiata di abitazioni: tuttavia ora che ho una guida locale, noto che anche in seconda linea ci sono molte abitazioni.


La nuova scuola, terminata nell’autunno del 2009, è carina nella sua essenzialità. Mi dicono che il numero di studenti è cresciuto di recente, vista la miglior qualità abitativa della stessa.


L’asilo non è all’altezza della scuola, ma ci sono progetti di migliorarlo.


Il Comune è ridotto a due semplicissime stanzette, dove ci si reca quando c’è bisogno di documenti.


La piccola clinica-dispensario di proprietà statale, che si occupa di vaccinazioni e di educazione sanitaria, è ridotta all’essenziale; l’impressione è che possa fornire di tanto in tanto i servizi di base che le competono.


Infine la sorgente, a circa un km dalla missione: è stata imbrigliata con un progetto finanziato dal G.M.A. di cui sopra; si trova in fondo ad una piccola valle, per cui è necessario pompare l’acqua verso il serbatoio in muratura posto sul crinale del colle, a circa 70 metri di altezza sopra la sorgente. C’è una pompa che funziona a pannelli solari; mi viene detto tuttavia che può pompare solo in presenza di pieno sole e per un numero limitato di ore al giorno (4-6). Ciò significa che il serbatoio, che distribuisce poi l’acqua a tre fontane, si svuota in poche ore. A quel punto tutti quelli che hanno ancora bisogna di attingere acqua nella giornata, sono costretti a recarsi con taniche fino al rubinetto presente a fianco della sorgente. Non mi addentro in questioni tecniche non conoscendo né la capacità delle batterie né la potenza della pompa, ma è evidente che il dislivello tra la sorgente e il serbatoio è veramente notevole. Il flusso di acqua che esce dalla sorgente è tanto; abba Tamrat mi dice che questo è uno dei mesi in cui c’è una quantità di acqua inferiore alla media. Quindi … si tratta di una sorgente bella grossa! Mi viene quindi spontaneo pensare che in presenza della corrente elettrica si potrebbe fare funzionare la pompa anche in presenza di nubi (come detto sopra, frequenti in vari mesi dell’anno data l’altitudine di circa 2600 m) o per alcune ore alla sera, immagazzinando così nel serbatoio una quantità di acqua sufficiente per tutti.

 

Conclusione: in serata a cena, a “fanale di auto” (il termine ben noto di “a lume di candela” è qui sostituito da una lampadina di un fanale posteriore di auto collegata ad una batteria), mi viene chiesto dai sacerdoti il mio pensiero: rispondo che ritengo il progetto di elettrificazione, alla luce di quanto sentito e visto nella giornata, più necessario di prima per i molteplici benefici che in tempi brevi ci potranno essere per tanti abitanti di Homa.


Tuttavia aggiungo anche che al momento non ritengo maturo il tempo, per un villaggio rurale siffatto e per il livello culturale dei suoi abitanti, di realizzare il progetto di elettrificazione con un impianto a pannelli solari; ciò sia per la loro spiacevole esperienza della pompa dell’acqua (spesso spenta!), sia per le grandi difficoltà di gestione autonoma dell’impianto a 300 km dalla capitale.



Stefano Cenerini, 14-2-2010